Vita artificiale, ora non è più fantascienza

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Vita artificiale: fino a poco tempo fa queste due parole, messe insieme, evocavano soltanto scenari fantascientifici, lontanissimi dalla realtà, adesso qualcosa sta cambiando. Può la vita, naturale per definizione, essere creata in laboratorio? Sì, a giudicare dal risultato ottenuto da Craig Venter, scienziato americano, che insieme al proprio team di ricercatori ha costruito il primo batterio sintetico con un Dna di soli 473 geni. Syn 3.0 – questo il nome della sua “creatura” – è dotato di un genoma minimo, il più piccolo finora conosciuto, quanto basta però per consentire a una cellula di vivere e riprodursi.

Al netto delle implicazioni di carattere etico, Venter ha dimostrato quali e quanti sono gli “ingredienti” essenziali perché si possa parlare di vita, benché a un livello elementare. Le ricadute di questa scoperta sono ancora tutte da decifrare ma non è escluso che possano in futuro intrecciarsi con la robotica.

Ma andiamo con ordine e definiamo prima il concetto di vita artificiale.

Cos’è la vita artificiale

La vita artificiale è competenza di un campo di ricerca che partendo dall’osservazione di forme di vita reali si propone di riprodurre i fenomeni biologici, in modo empirico, all’interno di sistemi artificiali. L’obiettivo è scoprire i segreti della vita vera, capire come si è evoluta, ma “invece di smontare gli esseri viventi, la vita artificiale cerca di metterli insieme”, per dirla con le parole dell’informatico Christopher Langton.

Differenze tra vita artificiale e intelligenza artificiale  

Al contrario dell’intelligenza artificiale, che studia in che modo e fino a che punto computer e robot possono simulare le capacità cognitive dell’uomo, la vita artificiale si ispira alla biologia e al comportamento di tutti gli organismi viventi, di cui vuole conoscere il processo evolutivo.

Come sostiene Domenico Parisi, scienziato del Cnr , se “per l’intelligenza artificiale l’icona dell’uomo è il computer, per la vita artificiale l’icona dell’uomo è il robot”. Non un robot programmabile, ma un “robot che evolve”, che elabora le proprie azioni, dotato di un corpo – persino di organi interni – e in grado di interagire con l’ambiente sfruttando le proprie abilità cognitive.

Vita artificiale e robot, quale futuro

Un robot con queste caratteristiche, ovviamente, non esiste ancora ma non è escluso che possa “nascere”, prima o poi. Immaginate per un attimo un robot umanoide – come lo intendiamo oggi – fisicamente identico a noi, con le nostre stesse componenti biologiche, capace addirittura di riprodursi. Uno scenario certamente inquietante, forse altamente improbabile, ma dopo la scoperta di Venter non impossibile.

 

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