Intelligenza artificiale: cosa accadrà quando i robot penseranno come noi?

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Cos’è l’intelligenza artificiale e perché continua ad animare dibattiti scientifici e filosofici? La creazione di intelligenze artificiali capaci di avvicinare il modo di “pensare” di una macchina a quello umano è probabilmente una delle sfide più impegnative che attendono l’uomo nei prossimi anni. In mezzo ci sta tutta una serie di quesiti anche di ordine etico, fortemente legati alla possibilità – e al timore – che un giorno si possa dare vita a robot capaci di apprendere da soli, grazie all’esperienza, e pertanto di agire e di evolversi autonomamente.

Cos’è l’intelligenza artificiale?

Abbiamo scelto un esempio banale per dare una idea semplice su cosa sia l’intelligenza artificiale.

Cos’è, secondo voi, che differenzia il funzionamento di una scopa elettrica da un robot aspirapolvere? Se vogliamo esemplificare al massimo la risposta potremmo dire che è proprio l'”intelligenza” del secondo. La capacità cioè di rispondere e di adeguarsi ad una serie di stimoli esterni e di dare a essi una risposta che una scopa elettrica – sempre se fosse in grado di agire senza essere sorretta da un umano – non sarebbe in grado di dare. Fermarsi davanti a una rampa di scale, variare la potenza del motore su un tappeto, aggirare un ostacolo. Sono tutte manifestazioni dell’intelligenza artificiale. E cos’è che differenzia un robot aspirapolvere seppur evoluto da un robot umanoide come iCub? È la capacità di quest’ultimo di svolgere una varietà compiti diversi, e soprattutto di imparare dall’esperienza.

Quando si parla di intelligenza artificiale si parla sostanzialmente di algoritmi. Un algoritmo è un procedimento, una sequenza di passi successivi capaci di risolvere un problema più o meno complesso. Anche per i robot il concetto di intelligenza artificiale è dunque legata a doppio filo con il concetto di algoritmo. Dalla complessità degli algoritmi, delle sequenze di questi procedimenti, deriva una intelligenza artificiale più o meno evoluta.

Gli interrogativi che ci pone l’intelligenza artificiale

Per lo scienziato inglese Stephen Hawking lo sviluppo di una intelligenza artificiale capace di avvicinare la macchina all’uomo può costituire la fine della razza umana. Chi ci impedisce, dice sostanzialmente Hawking, che forme evoluta di intelligenze artificiali non possano far perdere all’uomo il controllo della macchina?

Gli sforzi dell’industria robotica sono tutti rivolti, oggi, nella realizzazione di macchine sempre più indipendenti, sempre più intelligenti. Una intelligenza artificiale evoluta unita a capacità fisiche ben superiori rispetto a quelle dell’uomo, legato a una lenta evoluzione biologica, spiegano i timori di Hawking. Timori condivisi anche da altri scienziati, tra questi anche Steve Wozniak, uno dei padri dei personal computer, piuttosto che Elon Musk, uno degli imprenditori più illuminati del mondo, che ha tra l’altro inventato PayPal, che consente pagamenti sicuri su Internet.

Che futuro ci riserva l’intelligenza artificiale?

Gli interrogativi di fronte alle prospettive e a i cambiamenti che ci vengono imposti dal progresso non sono una novità del nostro tempo.  I timori per un futuro che non conosciamo e che solo in parte possiamo immaginare sono per certi versi anche legittimi. Giustificati oggi come probabilmente lo erano nei primi dell’Ottocento, quando i robot intelligenti di oggi erano rappresentati da quei mostri che attraversavano, fumando, le campagne: le locomotive a vapore.

Non sappiamo quanto tempo l’umanità impiegherà per riscrivere la storia dei rapporti tra uomo e macchina. Questo percorso è già iniziato e ci offre al momento uno spaccato embrionale di quelle che potranno essere le macchine intelligenti del futuro. Macchine ancora fortemente dipendenti dall’uomo e legate all’apprendimento guidato.

Ci piace concludere però con un messaggio positivo, contenuto nel libro “Umani e umanoidi. Vivere con i robot” di Roberto Cingolani e Giorgio Metta. I robot, dicono sostanzialmente i due scienziati dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, sono macchine e pertanto non potranno mai avere manifestazioni tipiche del sistema biochimico umano. I sentimenti, affermano, non possono provare sentimenti. Se un giorno sarà possibile trasferire la biochimica umana ai robot ci troveremo di fronte non più alla robotica ma alla genetica e a veri e propri cloni, con implicazioni etiche ben diverse: “nulla a che fare con le macchine!”.

 

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